COMUNICAZIONI DEI DIPENDENTI IN AMBITO LAVORATIVO: NO A CONTROLLI NON PREANNUNCIATI E INVASIVI / by Giampietro Malusa

In un’altra notizia di questo blog si è affrontato il tema del trattamento dei dati in ambito lavorativo e della difficile ricerca di un equo contemperamento tra gli interessi legittimi del datore di lavoro e la privacy dei propri dipendenti.

Proprio recentemente la Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (di seguito “CEDU”) si è pronunciata su un caso che riguarda le comunicazioni dei dipendenti nei luoghi di lavoro e i controlli dei datori di lavoro. La sentenza è interessante perché i giudici hanno dato ragione a un dipendente in un caso in cui il datore di lavoro si era spinto un po’ troppo oltre nel controllo dei propri dipendenti, ritenendo di essere a ciò legittimato per aver espressamente vietato di usare risorse aziendali a fini personali.

In particolare, il dipendente era stato licenziato perché il proprio datore di lavoro, a seguito di controlli, gli aveva contestato l’utilizzo del proprio account Yahoo Messenger aziendale per comunicazioni personali. Nello specifico, si trattava di comunicazioni con il fratello e la fidanzata del dipendente e i controlli si erano estesi fino ad accedere all’intero contenuto dei messaggi in questione, che in alcuni casi avevano addirittura natura intima.

Per meglio chiarire i fatti oggetto del contenzioso, va specificato che il dipendente, un ingegnere rumeno addetto alle vendite impiegato in una società rumena, su richiesta del proprio datore di lavoro, aveva creato un apposito account Yahoo Messenger per rispondere alle domande dei clienti (pur avendo anche un account Yahoo Messenger personale). I regolamenti interni della società vietavano severamente l’uso di PC, strumenti di comunicazioni e altre risorse aziendali per fini personali. Tuttavia, i suddetti regolamenti non facevano alcun riferimento alla possibilità che il datore di lavoro effettuasse controlli sulle comunicazioni dei dipendenti. Peraltro, la società aveva fatto circolare una nota fra i lavoratori in cui li avvertiva che eventuali violazioni dei regolamenti interni sarebbero stati monitorati e puniti. Tuttavia, non era chiaro se la firma per presa visione della nota da parte del dipendente fosse stata apposta prima o dopo l’inizio del monitoraggio delle sue comunicazioni.

Ebbene, il dipendente aveva lamentato una lesione dei suoi diritti quali sanciti dall’art. 8 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali, perché il licenziamento si era basato su una violazione del suo diritto al rispetto della vita privata e della corrispondenza.

Infatti, il primo comma dell’art. 8 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali così recita: “Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza”.

L’ingegnere rumeno, dopo essersi visto dar torto sia dai giudici nazionali, sia dalla IV Sezione della CEDU, aveva chiesto che la questione fosse rimessa alla Grande Camera della CEDU e quest’ultima gli ha dato ragione.

Infatti, essa ha ritenuto che anche le comunicazioni che avvengono nei luoghi di lavoro – pur se effettuate tramite il computer aziendale – rientrano nei concetti di “vita privata” e “corrispondenza” che godono della tutela dell’art. 8 della Convenzione sopra citata.

Nel caso in questione, i giudici hanno rilevato in particolare che non risultava chiaro se il dipendente fosse stato avvertito del possibile monitoraggio delle comunicazioni prima che questo cominciasse, né tantomeno che fosse stato informato della natura e dell’estensione dell’attività di monitoraggio e del fatto che il datore di lavoro avrebbe potuto spingersi fino a prendere conoscenza del contenuto delle comunicazioni.

Fonte: Corte Europea dei Diritti dell’Uomo - http://hudoc.echr.coe.int/eng?i=001-177082

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